Famiglie a distanza

Dic 15, 2010

Come diventare genitori da lontano

L’Italia è prima in Europa per la solidarietà a distanza. Scegliere l’associazione cui rivolgersi per aiutare i meno fortunati non è sempre facile: ecco chi aiuta a fare del bene

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Sad (sostegno a distanza): forma di beneficenza in cui il donatore s’impegna a versare una cifra mensile per sostenere un progetto in un’area disagiata del mondo. In genere si “adotta” un bambino che con quei soldi viene curato, nutrito, istruito o indirizzato verso un mestiere. Saltuariamente si ricevono cartoline, foto e disegni da parte del bambino “adottato”. Si possono organizzare anche delle visite per conoscere il bambino.

Secondo un’indagine Eurisko commissionata da Coresad-Comitato per la regolamentazione del sostegno a distanza, sono 12 milioni gli italiani che almeno una volta nella vita hanno aderito a progetti solidali di adozione a distanza. Ogni italiano coinvolto spende circa 270-300 euro l’anno in queste iniziative, per un volume totale di circa tre miliardi e mezzo di euro.

Il 97% degli italiani conosce il sostegno a distanza. Di questi, il 26% dice di aver adottato in questo modo un bambino o di avere una pratica in corso, mentre il 71% afferma di non averlo mai fatto, sia per ragioni economiche sia per mancanza di fiducia nel settore e negli enti che vi operano. Il 50% dei diffidenti si dichiara disponibile a iniziare un’adozione a distanza nel caso ci fosse maggiore trasparenza sull’utilizzo del denaro.

L’Italia è il paese che in Europa detiene il primato della solidarietà a distanza. Le associazioni che se ne occupano si trovano soprattutto nel nord ovest (35%) e al centro (34%).

Ogni anno in Italia cresce del 20% il numero di donatori che scelgono questa forma di beneficenza.

Alcune cose da sapere sul sostegno a distanza:

• Quanto costa? In media il contributo annuale è di 300 euro, anche se ogni organizzazione sviluppa il progetto secondo modalità specifiche, che dipendono dal contesto in cui opera e dai bisogni delle comunità locali.
• Quanto dura un’adozione a distanza? Il sostegno è libero e dipende dal tipo di progetto che si finanzia. Per l’educazione di un bambino, però, si consiglia di versare la quota per almeno tre anni.
• I soldi arrivano direttamente al bambino? No, vanno all’associazione cui ci si rivolge per attivare un sostegno a distanza. Il bambino e la sua famiglia ricevono gli aiuti a seconda del progetto in cui sono inseriti.
• Tutti i soldi versati sono utilizzati per il progetto? No, una percentuale, che varia a seconda dell’organizzazione e che di norma non supera il 20% del totale, viene trattenuta dall’associazione per coprire i costi di struttura.

Decine di associazioni per il sostegno a distanza hanno firmato una Carta dei principi e una Carta di qualità con cui si impegnano a investire sul posto del progetto almeno l’80% dei fondi raccolti e a trattenere per le spese di gestione (personale, pubblicità, corrispondenza) non più del 20%. Il Pontificio istituto missioni estere (Pime), rinunciando alla pubblicità, riesce a trattenere per le spese di gestione non più dell’8% della quota annuale richiesta ai donatori.

Identikit del donatore. Si tratta per lo più di donne (65%), contro il 35% di uomini, di età compresa tra 35 e 54 anni. La maggior parte di loro appartiene al ceto medio (tra i donatori c’è solo il 3% di manager).

Secondo il censimento effettuato dal Forum delle organizzazioni per le adozioni a distanza, le aree del mondo che beneficiano di più del sostegno a distanza sono l’Africa e l’America latina (63%), l’Asia (40%), l’Est europeo (30%) e il Medio Oriente (13%).

I primi progetti di sostegno a distanza furono avviati all’inizio del XX secolo negli Stati Uniti e in Inghilterra. I paesi beneficiari erano soprattutto asiatici (Vietnam e Cina). Erano forme non indirizzate direttamente ai bambini, ma ai missionari e agli studenti che erano nei seminari. Solo in seguito l’attenzione si è focalizzata sull’assistenza ai bambini. In Italia le prime iniziative di questo tipo si ebbero verso la fine degli anni Sessanta soprattutto ad opera del Pime.

Una delle maggiori difficoltà per chi desidera iniziare un sostegno a distanza è quello di scegliere tra le innumerevoli associazioni che avviano i progetti: in Italia, oltre alle grandi (Actionaid, Intervita e Save The Children), ci sono almeno altri 150 enti di dimensioni medie o piccole, per lo più realtà missionarie, spesso collegate a comunità parrocchiali.

Dalla ricerca Eurisko emerge che il 15% delle persone che hanno aderito a un progetto di sostegno a distanza non ricorda il nome dell’associazione cui si è rivolto.

Non esiste ancora un’anagrafe delle associazioni di adozione a distanza. Per essere più sicuri sull’affidabilità dell’ente a cui ci si rivolge, si può consultare il sito dell’Agenzia per le organizzazioni non lucrative di utilità sociale: ha l’elenco delle associazioni che hanno sottoscritto le “Linee guida per il sostegno a distanza di minori e giovani”. Chi si adegua a questo codice di autoregolamentazione si impegna a operare con trasparenza ed efficienza.

Altre associazioni affidabili che propongono progetti di adozione a distanza si possono, inoltre, trovare tra gli affiliati di ForumSad, La Gabbianella e del Coordinamento italiano network internazionali (Cini).

Chi ha uno stipendio fisso può sostenere un bambino o un progetto in modo costante nel corso del tempo. Altrimento si può aderire a forme di sostegno diverso: progetti “spot” con versamenti di denaro saltuari, che permettono di realizzare alcune importanti infrastrutture. La Caritas le chiama “microrealizzazioni”: «Si tratta di piccole realizzazioni a carattere settoriale e di villaggio, con obiettivi limitati, ma di effetto immediato: strade, pozzi, canali, forniture di sementi e animali, allevamento di animali, attrezzature per l’agricoltura e l’artigianato, dotazioni di medicinali». La prima richiesta di finanziamento di una microrealizzazione risale al 1976. Era di quasi due milioni di lire e mirava alla promozione professionale della popolazione di Balsas, in Brasile. Dal 1976 al 2005 i microprogetti realizzati sono stati oltre 12.000. Nel 2009 sono stati finanziati 280 microprogetti in 59 paesi (120 in 24 Paesi dell’Africa; 82 in 16 Paesi dell’America Latina; 66 in 13 Paesi dell’Asia; 9 in 3 Paesi dell’Europa; 3 in 3 Paesi di Medio Oriente e Nord Africa), per un valore economico di 1.087.929 euro. Questi piccoli progetti hanno contribuito a rendere possibili itinerari di sviluppo sociale (29%), socio-economico (58%) e sanitario (13%). Per sapere quali sono le prossime microrealizzazioni si può spedire una e-mail a: micro@caritasitaliana.it.

Di seguito qualche formula di sostegno a distanza proposte da alcune delle maggiori associazioni del settore.

Amref (Uganda, Kenya, Tanzania, Sudan, Sudafrica) propone sostegni da 30 euro al mese (o 90 euro per la quota trimestrale, o 360 annuali).

Ai.bi – Amici dei bambini (vari paesi in Europa, America, Asia e Africa) propone l’adozione di un bambino per 50 euro al mese. È anche possibile versare una quota per progetti di accoglienza in un Paese (25 euro al mese), oppure (1 euro al mese) entrare a far parte di un gruppo di più persone che sostengono una iniziativa.

Vis – Volontariato internazionale per lo sviluppo (Albania, Sri Lanka, Palestina, Repubblica Dominicana, Bolivia ecc.) permette di scegliere tra una quota mensile di 25 euro o quella annuale da 300.

Ciai – Centro italiano aiuti all’infanzia (Burkina Faso, Cambogia, Etiopia, India, Vietnam). Si può scegliere tra versamento mensile di 26 euro, semestrale da 155 euro e annuale da 310. Tra i programmi di sostegno a distanza ha anche “Uno per tutti” (180 euro annui), per sostenere alcune strutture, e “Registro di classe” (7.000 euro l’anno) in cui si aiuta un gruppo di bambini (per esempio una classe o i gruppi di doposcuola).

Una bella storia di sostegno a distanza è quella di Paolo Vatteone, 49 anni, impiegato di una ditta di smaltimento di rifiuti a Imperia. Nel 2003 ha avviato con Ai.Bi. il sostegno a distanza di Elena Saran, moldava, 18 anni, orfana di padre. «Dopo un anno Elena ha iniziato a inviarmi lettere per ringraziarmi, dandomi notizie sulla sua situazione familiare e sui suoi progressi scolastici. Finché un anno fa mi ha scritto: “L’11 agosto mi sposo. Mi piacerebbe che venissi”». Paolo è salito su un aereo per Chisinau. «Che emozione la cerimonia! E quest’anno Elena si è iscritta all’università. Era indecisa tra pedagogia ed economia, e sono stato io a consigliarla per quest’ultima», racconta Paolo. Elena non ha più bisogno del suo aiuto finanziario, e il contributo di Paolo è già stato dirottato verso Micaela, un’altra bambina moldava di 11 anni (a D di Repubblica).

Anche il cinema ha reso omaggio a questo tipo di adozione: nel film A proposito di Schmidt, Jack Nicholson (Warren Schmidt) è un misantropo che ha speso una vita in una società di assicurazioni. A 66 anni va in pensione: potrebbe essere giunto il momento di godersela, ma la moglie Helen muore all’improvviso. Decide allora di andare a Denver, per tentare di convincere la figlia a non sposare il fidanzato, un bellimbusto venditore di materassi ad acqua. Tutto andrà a rotoli: la figlia si sposerà, lui si troverà a vagare senza meta per gli Stati Uniti e scoprirà persino che anni prima la moglie l’aveva tradito con il suo migliore amico. Troverà un amico: un bambino nigeriano, adottato a distanza, a cui Schmidt affida i suoi pensieri, e che in cambio gli invierà un disegno.